L’intento sarebbe quello di dare stabilità e durata al governo. Ma tale scopo basterebbe a giustificare da solo la rottura degli equilibri fissati nella Carta.

Fino a poco tempo fa il partito proponeva l’elezione diretta del Presidente della Repubblica improvvisamente il governo Meloni si è concentrato, accelerando i tempi, sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri, approvando il disegno di legge sulla relativa riforma costituzionale.

Al suo interno si contempla che al destino del “premier” eletto sia legato quello della legislatura: se viene tolta la fiducia al Capo del Governo andrebbero a casa tutti. Ci auguriamo che gli italiani abbiano compreso che si tratta di un intervento “chirurgico” sul corpo della Costituzione che, se andasse a buon fine, lascerebbe squilibri sull’intero impianto costituzionale.

Il Capo di Stato continuerebbe ad essere eletto dai grandi elettori parlamentari e regionali mentre il Capo del governo godrebbe di elezione attiva, con il fuorviante intento di dare stabilità e durata quinquennale al Governo.

Per rafforzare il ruolo del governativo occorrono maggioranze omogenee e coese negli intenti, e stravolgere la Carta per giungere al traguardo è come contrarre un matrimonio combinato e forzato la cui base è vincere una scommessa sulla durata del vincolo. Inoltre, il Potere Esecutivo assumerebbe una rilevanza maggiore rispetto ai due rami del Parlamento, ma su Carta, siamo ancora Repubblica parlamentare e il ruolo del legislativo è determinante.

Se passasse la riforma basterebbe un DPCM per promulgare una legge.

L’epoca Conte ha segnato un traguardo, quella Meloni segna la deriva costituzionale. L’attuale Presidente del Consiglio, dopo aver optato per il taglio dei Parlamentari, ora pensa a come rafforzare se stessa e le scelte governative.

Possiamo parlare di deriva antidemocratica?

E i costituzionalisti perché tacciono, mentre i pochi con diritto di parola sono a favore della riforma?

Emanuela Busetto, fondatrice e presidente del Movimento Aurora